Il segretario_generale_del_PCI_Enrico_Berlinguer_parla_alla_Fiat_Lingotto_1980

Nel 1980, ai primi di settembre, da corso Marconi (allora sede della direzione Fiat) erano partite 14.469 lettere di licenziamento. Era la risposta alla crisi del gruppo industriale e, nel contempo, l'espressione della volontà di modificare le relazioni sindacali. La risposta dei lavoratori fu l'inizio di uno sciopero che durò 35 giorni.

Per settimane Torino restò bloccata. Fermi gli stabilimenti Fiat, man mano chiudevano le altre aziende, sia per la progressiva estensione degli scioperi, sia per l'impossibilità di introdurre le forniture a Mirafiori, a Rivalta, a Stura. Scriveva il Corriere della sera: "Cortei attorno alle fabbriche e in città, comizi ai cancelli delle officine, proteste davanti alle sedi degli enti locali e della prefettura [...] Ieri, per il secondo giorno consecutivo il sindacato ha dimostrato di saper 'tenere' una situazione senza dubbio difficile, di saper controllare le sempre possibili 'fughe in avanti' [...]. Soltanto a Chivasso si è calcato un po' la mano: l'autostrada Milano-Torino è stata bloccata per quasi mezz'ora dagli operai della Lancia". Nelle periferie e nel centro si susseguivano le dimostrazioni. E La Stampa: "Sono circa 3 mila persone, inalberano striscioni e stendardi, procedono al suono di tamburi. Due giganteschi cartelli recano le effigi di Marx e del Papa, con la preghiera: 'Intercedi per noi'. Il palese richiamo alla Polonia è anche argomento di sempre nuovi slogan: 'Danzica e Stettino, così anche a Torino'".


Quando, il 26 settembre, Berlinguer giunse davanti allo stabilimento di Rivalta per il primo incontro, ad attenderlo non c'era il picchetto di sciopero, ma una folla enorme, nella quale si mescolavano i dipendenti della Fiat e di altre aziende, le famiglie di operai senza salario da tre settimane, i commercianti, gli studenti. Il leader comunista appariva improvvisamente la sola figura capace di trovare una via d'uscita; e la folla lo attendeva anche davanti agli altri stabilimenti.
Il 14 settembre alla festa dell'Unità a Bologna Berlinguer riprendeva il parallelo tra la Fiat e i cantieri di Danzica, invitando il governo e i dirigenti del sindacato a trasferirsi nel capoluogo piemontese per negoziare davanti ai lavoratori. Ero segretario della Federazione comunista e proposi al leader del Pci di venire a Torino per una manifestazione. Accettò subito e chiese di potere incontrare, prima del comizio, qualche gruppo di lavoratori per ascoltare il loro punto di vista. Così organizzammo incontri davanti ai cancelli dei principali stabilimenti Fiat.

Ogni volta Berlinguer salì su palchi improvvisati per esprimere l'appoggio ai sindacati, alla lotta dei lavoratori, ribadendo la richiesta al governo di compiere interventi adeguati alle dimensioni della crisi. E, rispondendo a chi gli domandò che cosa avrebbe fatto il Pci se i lavoratori avessero occupato gli stabilimenti, assicurò il sostegno del partito, qualora "il sindacato e i lavoratori nelle loro assemblee" l'avessero deciso. L'indomani Berlinguer fu accusato di gettare benzina sul fuoco divampante, spingendo gli operai a occupare le fabbriche. Le critiche di Cisl, Uil e del Psi si rivolgevano a quella che era considerata un'abile manovra comunista per appropriarsi del conflitto sociale. Si giocava anche una partita interna al partito, una parte dei cui esponenti considerava irragionevole e azzardata la svolta a sinistra operata dal segretario dopo la fine dei governi di "solidarietà democratica" e giudicava l'intervento sulla Fiat un altro passo temerario. Il mattino successivo alla visita torinese un voto di sfiducia alla Camera dei deputati provocò le dimissioni del governo Cossiga; e nel pomeriggio la direzione Fiat comunicò che, vista la caduta del ministero, i licenziamenti erano ritirati e sostituiti dalla cassa integrazione speciale per 24 mila dipendenti. Il nesso tra l'intervento di Berlinguer e il ritiro dei licenziamenti spiccava con evidenza. Sulla prima pagina della Stampa Mario Pirani definì l'evento come "una tregua preziosa". Berlinguer aveva fatto il "miracolo". Ma nel sindacato prevalse chi respingeva ogni gradualità.

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