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Ciclo di Poteri e democrazia

Potere delle parole e diritti di espressione

Incontro del 31 marzo 2026, interventi di Mia Caielli (giurista) e Cristopher Cepernich (sociologo)

di Sergio Scamuzzi

 

Intervento di: Mia Caielli, Diritto pubblico comparato, Università di Torino

Il diritto di espressione nasce dalla libertà di opinione e di stampa garantita dallo stato liberale formatosi con la rivoluzione francese e lo riproduce nel contesto storico e sociale attuale, molto diverso da quello in cui era nato, monoclasse e tra pochi cittadini, che poteva giustificare l’assenza di limiti. Oggi in società pluriclasse, pluraliste e multiculturali, è diventato utile per alcuni, specie nell’ambito del diritto europeo, controverso per altri, specie negli Usa, stabilirne dei limiti (ad esempio definendo come reati di diffamazione, di istigazione all’odio razzista “opinioni” su persone o gruppi formulate in modi offensivi) e non come manifestazione di un diritto assoluto di espressione che una democrazia deve garantire. Forze politiche di estrema destra e alcuni stati a regime dittatoriale hanno eretto a pratica sistematica di conflitto politico ed elettorale, nazionale ed internazionale, tale tipo di “espressione”, condizionando ad esso anche lo stile delle risposte degli oppositori. Le notizie false o fake news sono diventate un veicolo frequente e “naturale” per definire avversari e situazioni, agevolate dalle tecnologie della comunicazione disponibili e da chi le governa.

La dottrina giuspubblicistica si è interrogata su come il diritto potesse contrastare tali pratiche e attualizzare il diritto di espressione, specialmente in Europa e in alcuni Paesi dell’America latina. Dalla Costituzione dell’Ecuador come revisionata nel 2021, ad esempio, ci viene una soluzione interessante, laddove l’art. 18 prevede che “Tutte le persone, sia individualmente che collettivamente, hanno il diritto di: 1) cercare, ricevere, scambiare, produrre e diffondere informazioni veritiere, accurate, tempestive, contestualizzate, plurali, senza censura preventiva su fatti, eventi e processi di interesse generale, con conseguente responsabilità […]” Essa separa il diritto all’informazione (veritiera, cioè verificabile) dal diritto di espressione, non assoluto ma passibile di limitazioni. Questi diritti della parola diventano così diritti sociali, sebbene ogni normativa del genere presenti problemi di efficacia e applicazione, dovendo ad es. condizionare il grande potere multinazionale assunto dalle piattaforme, interessate alla massima libertà e dimostratesi capaci di reazioni incisive verso gli stati e i governi, con l’UE come unico soggetto che ha manifestato capacità regolativa e sanzionatoria o con la sanzione penale prevista in alcuni sistemi giuridici ai discorsi d’odio o dovendo agire nell’attuale clima internazionale di guerra ibrida. L’attuazione ha richiesto anche interventi di corti internazionali, come la Corte europea per i diritti umani, la cui esecutività è però talvolta contrastata da alcuni stati.

 

Bibliografia essenziale:

  • Carlo Magnan, Nuovi media, libertà di espressione e costituzionalismo, in Dirittifondamentali.it – Fascicolo 2/2023, pp.796-821. vedi www.dirittifondamentali.it
  • Sergio Scamuzzi, Marinella Belluati, Mia Caielli, Cristopher Cepernich, Viviana Patti, Stefania Stecca, Giuseppe Tipaldo, Fake news e hate speech. I nodi per un’azione di policy efficace, in Problemi Dell’informazione, 1/2021, pp. 49-81.

 

Intervento di: Cristopher Cepernich, Sociologia dei fenomeni politici, Università di Torino

Il potere della comunicazione oggi, anche in campo politico, può essere compreso come il prodotto di un ecosistema ibrido dei media. Nell’ambiente web, infatti, i media tradizionali hanno radicalmente ridefinito la loro logica: tv, radio, giornali hanno stabilito un rapporto di forte interdipendenza con le piattaforme e i social network. Allo stesso modo, informazione e disinformazione sono da intendersi come due facce della stessa medaglia: lo stigma giornalistico delle fake news finisce infatti per amplificare le stesse presso i pubblici più polarizzati e gli effetti del debunking tendono a sterilizzarsi in un autoreferenziale “effetto San Matteo”, in virtù del quale chi ha già buone conoscenze e competenze informative acquisisce più facilmente nuove informazioni, mentre chi ne ha poche evita di acquisirne di ulteriori.

Le pratiche più attuali della comunicazione politica mostrano come il potere di comunicare negli ecosistemi ibridi piattaformizzati – guidati dalla logica algoritmica – si determini intorno all’affermazione del primato dell’estetica e dello stile sul contenuto e sul messaggio. Esemplare, in questo senso, è la strategia comunicativa di Trump, la quale si è articolata in fasi evolutive precise: 1. L’ingegnerizzazione delle fake news come strumento di lotta politica 2. La teorizzazione degli “alternative facts” per risemantizzare l’agire comunicativo 3. La delegittimazione dei news media (ribaltando su CNN, CBS, New York Times, Washington Post ecc. l’etichetta di fake in quanto tale) 4. La centralità della musica rispetto alle parole nella comunicazione politica per sfruttare la logica memetica (la macarena e YMCA in campagna elettorale) 5. La sostituzione del gesto ritmico alla parola – la Trumpdance ne è paradigma – in occasione di eventi pubblici e incontri. Anche ufficiali come Presidente in carica. Con queste forme di comunicazione la parola tende a perdere significatività e significato, capacità di riferimento ad una precisa realtà; i simboli prevalgono e si desemantizzano, il segno diventa meme, la persona del leader si afferma come scorciatoia cognitiva al messaggio politico. In analogia col caso Trump, ritroviamo sempre più diffuse queste forme di comunicazione anche in altri contesti, Italia compresa.

Questa comunicazione non è funzionale solo alle schiere di supporter di leader e partiti, ma lo è più in generale perché si inserisce in un contesto di crescente sfiducia, apatia e ostilità verso la politica e le istituzioni. Anche verso le istituzioni sociali come il giornalismo. Basti pensare al fenomeno della news avoidance (ovvero l’evitamento sistematico e consapevole di notizie troppo negative e ansiogene), che nelle nostre democrazie interessa in varie forme il 40% della cittadinanza; lo scrolling che riduce l’attenzione ai contenuti informativi a pochi istanti sugli smartphone (pratica erede ed estremizzata dello zapping televisivo); la semplice noia verso le drammaturgie stanche e prevedibili della comunicazione politica e delle sue cronache.

Questo stato delle cose avviene in assenza, o quantomeno in carenza, di “contropoteri comunicativi” efficaci. Ciò è conseguenza di una crisi strutturale del mondo dell’informazione dovuta soprattutto al difficile adattamento dell’editoria giornalistica agli ambienti digitali e di piattaforma. I news media, infatti, si trovano ad affrontare profonde criticità in fatto di sostenibilità economia e finanziaria, ma spesso anche in fatto di tecnica, tecnologica e linguaggio. Si trovano così a subire passivamente la logica distributiva algoritmica. Pur restando la fonte privilegiata, benché non più l’unica ed esclusiva, con l’obiettivo di produrre informazione verificata, attendibile e pluralistica.

 

Bibliografia essenziale:

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