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Ciclo di Poteri e democrazia

Poteri e democrazia

Incontro del 14 aprile  2026, interventi di  Eva R. Desana, Mia Callegari, giuriste, e Sergio Scamuzzi, sociologo, Università di Torino

 

Sergio Scamuzzi, Università di Torino

Dal punto di vista del sociologo, e non solo, viviamo temi di affermazione del potere “senza freni” di imprese e di alcuni leader politici: basti pensare ai proprietari delle grandi piattaforme informatiche che parteciparono alla cerimonia di insediamento di Trump. Fortunatamente per la democrazia che richiede possibilità di bilanciamento dei poteri, il quadro offerto dal mondo delle imprese, specie in Europa e anche in Italia, è più vario ed equilibrato. Sono presenti almeno due modelli di impresa, il primo “predatorio” e il secondo “socialmente responsabile”, rappresentabili icasticamente da due casi estremi con la vicenda Arcelor Mittal a Taranto e con le lunga storia della Ferrero ad Alba. Le imprese più vicine al primo modello tendono a decidere le proprie strategie di prodotto e organizzazione privilegiando l’utile finanziario a breve dello shareholder e considerare del tutto opportunisticamente la propria localizzazione e il rapporto con gli stakeholder, esponendosi al rischio di social e green washing. Le imprese più vicine al secondo modello tendono a decidere negoziando consenso e collaborazione con gli stakeholder che pongono all’impresa istanze sociali e ambientali e cercando un profitto anche sul medio e lungo periodo per gli azionisti. Le seconde sono una minoranza, ma consistente e crescente, rispetto alle prime. Il World Economic Forum di Davos ha elaborato per questo la visione dello “stakeholder capitalism”. La responsabilità sociale di imprese che assumono tali pratiche (RSI) è maturata coi metodi di costumer satisfaction e misure ISO e con la softlaw e la ricerca di reputazione che richiede alle imprese una rendicontazione del loro impatto sociale con metriche appropriate (vedi griglia https://www.globalreporting.org/GRI). affinché il loro impegno sia valutabile per  l’impresa e per i suoi interlocutori. Favoriscono la adozione di questo modello sia la pressione di problemi oggettivi creati anche alle imprese da disuguaglianze sociali, specie di reddito e di genere, e dalla questione ambientale, sia quella dei movimenti di opinione e dei consumatori che se ne sono fatti carico, ma soprattutto la volontà di competere sui mercati globali con l’innovazione di prodotto e di processo e non solo sul prezzo e coi bassi salari.

 

Eva Raffaela Desana e Mia Callegari, Università di Torino

Il quadro giuridico di riferimento, non solo italiano, ma unionale, mette in luce l’epocale passaggio dalla concezione volontaristica della c.d. Corporate Social Responsibility delle società, alla obbligatorietà di alcune previsioni – seppu­re recentemente circoscritte alle realtà di maggiori dimensioni – che impongono stringenti obblighi, fra cui quello di presentare accanto al bilancio di esercizio e a quello consolidato la rendicontazione di sostenibilità, nonché l’imposizione della verifica da parte dell’impresa degli impatti negativi sui diritti umani e sull’ambiente della propria attività, di quella delle controllate e di quella svolta dai partner commerciali nelle catene di attività. Il riferimento è, in particolare, alla Direttiva (UE) 2022/2464 e alla Direttiva (UE) 2024/1760, dirette rispettivamente a disciplinare la rendicontazione di sostenibilità e il dovere di diligenza delle imprese ai fini della sostenibilità. Sul piano della parità di genere, si aggiungono le prescrizioni, anch’esse vincolanti, della Direttiva (UE) 2022/2381 sull’equilibrio di genere fra amministratori esecutivi e non esecutivi di società quotate e le disposizioni della Direttiva (UE) 2023/970 in materia di gender pay gap.

Allo stesso tempo, si assiste a una certa oscillazione fra regole imperative e raccomandazioni non vincolanti (ma che giocano sul piano dell’immagine) e pratiche volontarie suggerite dal legislatore e accompagnate dal riconoscimento di esoneri contributivi o di incentivi fiscali, come è stato previsto con l’introduzione della certi­ficazione di genere ad opera della legge n. 162 del 2021 e della partecipazione dei lavoratori alla gestione delle imprese, varata con la recente legge n. 76 del 15 maggio 2025.

 

Bibliografia

  • Luciano Gallino, L’impresa irresponsabile, Torino, Einaudi, 2005
  • Schwab, Il capitalismo degli stakholder, Milano, Angeli, 2023
  • Eva R. Desana, Sergio Scamuzzi, Mia Callegari (a cura di), L’engagement nelle responsabilità sociali di imprese ed enti, Quaderni del Dipartimento di Giurisprudenza, Napoli, ESI, 2025 (comprende saggi giuridici, sociologici, di economia aziendale, e casi di attualità)
  • Eva R. Desana, L’impresa fra tradizione e innovazione, Torino, 2018
  • Mia Callegari, Sostenibilità, supply chain e intelligenza artificiale, in it., 2024, fasc. maggio

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